Suor Ester

Scritto da , il 2020-05-20, genere prime esperienze

Non era cambiato nulla, tanto che gli sembrava di vivere un lungo deja vu. La stradina con l'asfalto sconnesso, il muretto di calce bianca, il cancello di ferro verniciato di grigio, lo stesso grigio del dragamine di suo padre, come diceva fiero, 10 anni prima, a tutti i suoi compagni della quinta elementare. La stessa campanella con la catenella, lo stresso suono, ma non era il volto di suor Gioconda, la cara suor Gioconda, grassottella e sempre allegra, quello che si affacciò allo spioncino, sempre lo stesso spioncino di 10 anni fa.

“Sia lodato Gesù Cristo” salutò il volto attempato della suora sconosciuta.
“Sempre sia lodato” rispose con pronto automatismo il nostro marinaio. Che fosse un marinaio lo capì al volo anche la suora, dall'aspetto inconfondibile: il giovane volto cotto dal sole, il berretto con la greca sulla visiera portato di traverso, la giacca blu di loden impermeabile con i bottoni dorati, decorati da un'ancora e l'immancabile sigaretta appesa all'angolo della bocca.

“La scuola è chiusa, signore. A quest'ora i bambini sono andati tutti via. Chi sta cercando?”
“Buon giorno, Madre. Sono venuto a rivedere la mia vecchia maestra, se è ancora qui. Suor Ester”.

“Suor Ester? Oh mio buon Gesù!” il portone si aprì cigolando e la figura della donna, sui settant'anni, paludata da un saio marrone, serrato da un cordone bianco e il capo coperto da un velo nero, appare alla fessura.
“Ma, a quest'ora non so se la Superiora... e poi lei non è più un bambino...” interdetta e dubbiosa, frastornata dall'ampio sorriso, sincero e accattivante del ventenne, che le sembra tale e quale a San Domenico Savio, quello del santino che prega tutte le sere e poi lo bacia tre volte... solo un po' più... uomo. Poi d'impulso, cede alla curiosità e decide: “Venga dentro, però non passi oltre la foresteria, mi raccomando. Io vado a chiedere... Sa, da due anni suor Ester è stata nominata Superiora. Ora è la nostra reverenda madre, non insegna più, ma è sempre così occupata... vado a chiedere”. Si arresta, come fulminata da un pensiero “Ma chi devo dire? Come ti chiami tu?”

Il nostro si sente riscaldato dal passaggio al tu che lo riporta alla metà dei suoi anni, quando con i calzoncini corti, in quel cortile giocava a palla da solo, dopo che tutti gli altri erano andati via da ore, ad aspettare che uno dei suoi lo venisse a prendere.
“Giovanni, le dica... 'il suo Giovannino', madre, vediamo se si ricorda!” le risponde con il volto rischiarato da un ampio sorriso.
La suora portinaia si allontana gongolante, a modo suo partecipe e rapita dalla piacevole sorpresa che pensa stia per recare alla sua superiora.
Nell'attesa, senza entrare nel corpo dell'edificio, Giovanni passeggia in cortile fino a raggiungere l'orto, si ricorda delle galline e che c'erano sempre almeno una o due uova nella stia, dei conigli con gli occhi rossi come rubini, degli alberi di fico su cui si arrampicava, per sfuggire alla merenda di pane e formaggio, quel nauseante formaggio olandese, che doveva fare sparire, nascondendolo nei posti più impensati senza farsi accorgere. Per un anno aveva vissuto più lì che in casa con i suoi genitori super impegnati, che pagavano chissà quale retta perché lo tenessero senza limiti di orario, talvolta anche a dormire la notte. Dormire con suor Ester. A ripensarci il cuore tornava a battergli forte anche dopo dieci anni. I due letti divisi da un separé bianco, come quelli dell'ospedale. Lui che era troppo eccitato per addormentarsi, ascoltava il respiro di lei e resisteva alla voglia di alzarsi a spiarla. Solo una volta, senza correre il rischio di farsi beccare al di là del separé, aveva escogitato la soluzione diabolica di arrampicarsi silenziosamente fin sopra un armadio. Da lì, più in alto del separé, riuscì a vederla: che delusione! Dormiva tutta vestita, con anche i capelli, che lui sognava lunghi e neri come quelli di sua madre, coperti da una cuffietta bianca.

“Giovanni?” Un brivido gli corre lungo la schiena, riconoscendo quella voce sottile e argentina. Si gira e la vede, quanto è diversa, eppure la stessa. Il profilo egiziano, le folte sopracciglia nerissime, gli occhi enormi, la corporatura ancora più esile e bassa, ora che lui è il doppio più alto di allora. Resiste all'impulso di abbracciarla, non si può ora che è adulto, ma ricorda quando si stringeva allacciato alla sua vita e ne sentiva le forme, la curva delle anche, il vuoto sulla schiena e le piene rotondità sotto le mani strette sui glutei. Ricorda tutto, come se il tempo non fosse passato. Lei gli porge entrambe le mani, riconoscendone i lineamenti del volto: “Il mio Giovannino!” Lui le prende le piccole mani fra le sue, grandi il doppio, il doppio di quello che erano ed il doppio di quelle di lei, immutate dai 30 anni di allora ai 40 di adesso. Adesso lei non ha più il triplo dei suoi anni, pensa il bel giovane, ma solo il doppio.
Si guardano ed il contatto visivo è una scossa, che a lei fa ritirare di scatto le mani. Ricomponendosi dice: “Come sei cresciuto! Ma non sei affatto cambiato, hai gli stessi occhi bellissimi, che mi ricordano quelli della madonnina sulla fontana del mio paese, in Egitto. Chissà se esiste ancora o se quei terroristi di oggi l'avranno già abbattuta. Preghi sempre la Madonna come ti ho insegnato, Giovanni?”
“Si madre, certo, prego sempre per lei.” Come fare a dirle che l'ultima volta che ha recitato un'Ave, un Pater ed un Gloria è stato con lei?

“Vieni, vieni.” Lei si gira per precederlo attraverso una porta secondaria, che da su un enorme stanzone sulle cui pareti maggiori si aprono tutte le aule, che lui ben ricorda.
“Suor Fulgenzia, riesce, per favore, a fare un caffè per questo nostro giovanotto? Lo bevi un caffè, vero?” Lo guida verso un corridoio ad elle, in cui da bambino non era mai stato e infine in una grande stanza, riccamente arredata con mobili antichi perfettamente tenuti, che sembrano appena costruiti.
Un pianoforte a coda su un lato, un'enorme scrivania su quello opposto. Non su questo a coda, ma su un pianoforte verticale, che ricorda al piano superiore, suor Ester gli aveva insegnato i primi rudimenti musicali. Lei nota il suo sguardo puntato sullo strumento: “Ti ricordi ancora “Le petit montagnard”?”

Lui canticchia le antiche note e lei scoppia in una risata così genuina e giuliva che sembra quella di una bambina, manca solo che batta le mani e saltelli. Lui la guarda sempre più rapito dai ricordi e dai sentimenti del passato e quasi non si accorge dell'altra figura velata e paludata di marrone che lo sfiora portando un vassoio d'argento con un servizio da caffè di porcellana, che avrà almeno cent'anni.

“Siediti” lei gli indica una poltrona di cuoio rossiccio accanto ad un tavolinetto chippendale in radica di noce, sul quale suor Fulgenzia ha poggiato il vassoio, prima di dileguarsi più silenziosa di come era apparsa.
“Prendi anche questi dolcetti alla mandorla, sono una specialità di suor Rosina, te la ricordi la cuoca?” E come se la ricordava! Nonostante le dicessero che il bambino doveva imparare a mangiare di tutto, lei riusciva sempre a fargli trovare di nascosto una coscia di pollo col riso bianco, l'unico pasto che lui riteneva commestibile. “Continuiamo a farli come lei ci ha insegnato, così la ricordiamo sempre, oltre che con le preghiere. E' volata in cielo due anni fa” Gli dice suor Ester, accompagnando le parole con il segno della croce. “Che Dio, l'abbia in gloria”.

“Amen” risponde prontamente Giovanni prendendo un pasticcino. “E lei, Madre? Non mi fa compagnia?”
“No, caro. Per la novena ho fatto un fioretto. Perciò tu fammi un favore: mangiali tutti, così non sarò in tentazione.” La sua risata infantile risuonò ancora in lui come una fitta al basso ventre, scatenando un'ondata di desiderio quasi incontenibile, che gli diede la forza di affrontare lo scopo profondo e recondito per il quale era arrivato fin lì, dopo averlo solo sognato per anni.

“Ricorda, Madre quando recitavate il rosario?” Lo sguardo di suor Ester si fece serio e pensoso: “Intendi le preghiere del vespro?”
“No, Madre, non quelle in chiesa. Il rosario, quando si aspettava, anche fin dopo cena, che i miei arrivassero. Quando tutte le altre suore si erano ritirate e restavate solo lei, suor Gioconda e suor Rosina, nella stanza più calda, accanto alle cucine...”
“Quando io sembravo crollare di sonno e lei mi faceva inginocchiare ai suoi piedi e appoggiare la testa sulle sue gambe...”
“Ti addormentavi.” intervenne la suora.
“Non sempre madre, a volte fingevo.”
Lo sguardo di suor Ester si fece di ghiaccio mentre lei abbassava gli occhi, quasi a fissare il pavimento. Lui cadde in ginocchio ai suoi piedi e le posò ambe le mani sulle cosce, l'aspetto infervorato, da pazzo. Lei ruotò tutta la testa di lato, serrando gli occhi e le labbra, in un atteggiamento di profonda vergogna.
“La prego! Madre dolcissima. Ho bisogno di farlo ancora una volta. Non faccio altro che pensare a quei momenti. Soltanto una volta e troverò pace.”
Così dicendo Giovanni le afferrò le esili ginocchia con le sue forti mani e le divaricò. Poi affondò la testa nel suo grembo e sollevata la tonaca, riusci a raggiungere il suo luogo di sogno.
Nel mezzo di quelle tenere cosce coperte da lunghi mutandoni di cotone bianco, c'era il suo posto segreto, il Nirvana, il suo Paradiso.
Inebriandosi di quel tanto amato, ricordato e agognato profumo ineffabile, che altro non era che Violetta di Parma, prese a strofinare naso, bocca, lingua e mento su quella delizia venuta dal cielo e al cielo votata. Leccando ,baciando e suggendo quella stoffa impregnata di umori prodotti dalla virginale sacralità inviolata e inviolabile, al di là di quel sottile strato di cotone. Finché non riconobbe quelle ondate scuotenti, che tanto avevano segnato il suo essere di piccolo uomo e che avrebbero per sempre condizionato la sua ricerca della felicità, fino alla morte.

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