Dangerboy - Capitolo 1 di 2

Scritto da , il 2020-05-20, genere gay

Cominciò, come molte cose nella vita di un teenager, al centro commerciale.
Ero seduto a mangiare quello che avrebbe dovuto essere un hamburger.
I miei amici Roberto e Gianna (ora sono tutti e due anziani) erano con me. Gianna stava annoiandoci parlando dei fatti suoi e Roberto era occupato ad occhieggiare le ragazze. Lui era il miglior amico che si potesse avere, ci conoscevamo fin dalla prima elementare.
Lui era l’unico al mondo che aveva capito che ero gay, io non glielo avevo mai detto, ma l’aveva indovinato. Non gliene importava e, cosa più importante, non lo diceva a nessuno, ottima cosa per uno studente di quarta liceo. Comunque, stavamo mangiando, parlando del più e del meno, quando lo vidi.
Oh sì, probabilmente volete conoscermi. Mi chiamo Orazio, ma ho dovuto aspettare 16 anni per abituarmi a quel nome. I miei genitori (Che nonostante il mio nome, amo molto) avevano una stana passione per i nomi letterari, o per i nomi di pionieri della scienza. Non mi crederete, chiedetelo a mio fratello Newton ed al nostro gatto Copernico.
Fortunatamente per me mi diedero un secondo nome normale: Carlo e questo è quello che uso normalmente.
Ho diciotto anni e ho preso la patente da un mese.
Ma, per tornare alla storia, ero seduto al tavolo tentando di trovare un modo di far cambiare discorso a Gianna, quando lo vidi. Non poteva avere più di sedici anni. Era alto forse un poco più di un metro e settanta, capelli biondi tagliati corti, magro, quasi scheletrico. Era a cinque tavoli da me e mangiava hot dog con altri ragazzi della sua età. Non potrei dirvi niente di loro, praticamente non li vidi, lui era il più bello che avessi mai visto.
Non avrei voluto ma non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso. Poi i suoi occhi incontrarono i miei. Fui colto dal panico, finsi un attacco di starnuti e quando guardai di nuovo, stava ridendo.
Roberto riuscì a dimenticare le ragazzine per un momento e mi chiese se stavo bene. Lo rassicurai. Gianna riprese il suo resoconto ed io smisi di ascoltare.
Dopo che i miei amici se ne furono andati, cominciai a girare per il centro commerciale. Qualche volta mi sorprende come puoi essere solo in un edificio enorme e pieno di persone.
Come inevitabilmente accadeva, finii per andare alla sala giochi. Girai fra i giochi e poi scelsi la mia nemesi: Mortal Kombat. Infilai la moneta, scelsi di giocare contro il computer ed in tre minuti ero morto.
Mentre stavo pescando nelle mie tasche alla ricerca di un’altra moneta, una ruvida voce da mezzo contralto disse dietro di me: “Giochi?”
Mi voltai a guardare ed il cuore mi si fermò. Era il ragazzo biondo.
Cercai di pensare a qualche cosa da dire. Tentai di non sembrare un idiota. Tentai di ricordare il mio nome.
“Uh, ok” Fu il meglio che riuscii a dire.
“Figo” Disse avvicinandosi: “Chi perde paga la prossima partita?”
“Uh, ok.”
Gesù, cosa c’era di sbagliato nel mio cervello?
Mettemmo le monete e giocammo. Io pagai la partita seguente. E quella seguente; poi non avevo più monete.
“Uh, tu, uh...”
“Willy” Disse.
“Willy. Io sono Carlo. Non ho più monete.”
“Nessun problema. Sarai qui domani?”
Il giorno seguente era domenica. Avevo pensato di andare alla partita di calcio di Roberto.
“Sì, sarò qui.”
“Figo. Io sarò qui o al fast food. Vieni a cercarmi e giocheremo.”
“Porterò un po’ più di monete.”
“Sì” Lui sorrise, un sorriso devastante. “Ne avrai bisogno.” Mi fece l'occhiolino e si allontanò.
Riuscii ad arrivare alla mia macchina prima che le mie ginocchia cedessero. Rimasi seduto per cinque minuti respirando profondamente. Quando pensai di essere pronto, girai la chiave di accensione ed il vecchio motore prese vita.
Amo il suono che fa una Volkswagen Bug.
Quando arrivai a casa chiamai Roberto; gli dissi che probabilmente non sarei riuscito ad andare alla sua partita per dei problemi alla macchina. Mi sentii come un criminale nel mentire al mio miglior amico, sapevo che ci sarebbero state delle domande che non volevo affrontare se gli avessi detto la verità.
Misi giù il telefono e mi sdraiai sul letto. Appoggiai il wire less sul comodino ed accesi lo stereo. Dopo qualche secondo dalle casse cominciò ad uscire la mia musica preferita.
Chiusi gli occhi e lasciai che la musica mi attraversasse la mente. Quella musica sensuale era affascinante. Mentre raggiungeva il top, un'immagine di Willy si presentò nella mia mente. La mia mano destra si spinse sotto la camicia e cominciò a carezzare il mio torace, ponendo particolare attenzione ai miei capezzoli. Nella mia mente Willy cominciò un lento, sensuale ballo al ritmo della musica. La mia mano sinistra sbottonò ed abbassò la cerniera dei jeans. Scivolò sotto la cintura dei boxer. Le dita si spostarono piano lungo la lunghezza del mio cazzo che si stava indurendo.
Il ballo di Willy divenne più intenso, i vestiti scomparvero dal suo corpo. Nei miei boxer la mano aveva avvolto la base del’uccello e stava muovendosi lentamente su e giù.
Bussarono alla mia porta.
“Carlo, dolcezza?”
Amo mia madre, ma qualche volta il suo tempismo è veramente fuori luogo. Mi chiusi rapidamente i pantaloni e raccattai un libro dal comodino.
“Sì, mamma?”
La porta si aprì e comparve la testa della mamma.
“Lo so che devi andare alla partita di Roberto domani, ma pensi di poter portare New a ginnastica domani mattina? Devo portare tua nonna in chiesa. Puoi farlo? Io posso andarlo a prendere.”
“Sicuro, mamma. Nessun problema.”
“Grazie caro.”
Mi sorrise e poi se ne andò chiudendo la porta dietro di sé. Sullo sfondo c’era la musica di Ravel, ma l'umore era in frantumi.

Domenica mezzogiorno nel centro commerciale.
La gente cominciava ad arrivare ed il luogo si stava riempiendo. Nella sala giochi c’era del rumore elettronico che mi travolgeva i sensi. Guardai dappertutto, ma lui non c’era.
Guardai il mio orologio: le 12 e 15. Se me ne andavo probabilmente sarei riuscito a vedere il secondo tempo della partita di Roberto.
Qualcuno mi pizzicò il culo. Sussultai e mi girai. Era Willy. Era dietro di me e stava ridendo.
“Ehi” Disse.
“Ehi.”
“Sei pronto a perdere di nuovo?” Era un bastardo presuntuoso.
Presi una manciata di monete dalla mia tasca.
“Penso di sì. Hai monete?”
“Non ne avrò bisogno.” Sorrise gongolante.
“Possiamo...?” Disse indicando Mortal Kombat.
Era decisamente un buon giocatore. Torceva e curvava il suo corpo e si muoveva avanti ed indietro mentre giocava.
Il suo corpo toccò alcune volte il mio, la mia concentrazione svanì e lui segnò rapidamente alcuni punti.
Mentre le ore passavano e così le mie monete, lui si calmò, parlò di meno.
Circa alle tre e mezza perse una partita, e perse male. Era abbastanza chiaro che aveva fatto apposta.
“Devo andare.” Disse.
“Così presto? Tu mi devi una partita.”
Lui mi lanciò una moneta.
“Devo tornare a casa.”
“Hai bisogno di un passaggio?”
“No, andrò a piedi.”
“Non ti dispiace?”
“Ho voglia di camminare. Ciao.”
Uscì, molto rapidamente. Io rimasi a fissarlo stupidamente. Avevo fatto qualche cosa di sbagliato?
“Vuoi giocare?”
“Huh?” Mi girai e vidi un ragazzo paffuto.
“Vuoi giocare ancora?” Chiese indicando un gioco.
“Oh, no. Devo andare.”
Lasciai la sala ed andai alla mia macchina. Mentre guidavo lo vidi camminare lungo il marciapiede. Mi chinai verso il finestrino del lato passeggero, poi guidai di fianco a lui tenendo la sua velocità.
“Ehi” Chiamai: “Qualche cosa che non va?”
“No” Mi disse con voce leggermente oscillate: “Sto solo andando a casa, ok?”
“Andiamo, lascia che ti accompagni. Fa freddo.”
“No” Disse, sembrava un po' esasperato.
“Guarda che si tratta solo di un passaggio. Non sto tentando di rapirti o qualche cosa del genere.”
Lui si fermò e si girò verso la macchina.
“Perché no!” Chiese, sembrava un po' disperato, io fermai la macchina.
“Cosa?” Chiesi, insicuro di aver sentito bene.
“Cosa c’è di sbagliato con me? Non ti piaccio? Pensi che io sia brutto?”
Il mio cervello si rifiutò di comprendere le sue parole per un momento.
“Entra in macchina.” Dissi.
Lui lo fece, portai la macchina in un angolo tranquillo e la fermai.
Mi appoggiai indietro sul sedile fissando davanti a me per un momento.
Senza guardarlo gli chiesi: “Stai... Stai cercando di accalappiarmi?”
Sentii la sua mano sul mio braccio. Lo guardai.
“Sì” Disse: “Ma speravo che avresti fatto tu la prima mossa.”
“Avrei voluto, veramente, ma non volevo spaventarti, sai?”
“OK” Disse, sembrava un po’ incerto: “Devo sapere veramente se lo vuoi.”
Lo guardai negli occhi.
“Ti ho visto ieri al fast food. Ho pensato che tu fossi il più bel ragazzo che avessi mai visto. Quando mi hai detto che volevi giocare a Mortal Kombat con me, ho pensato che il cuore mi si sarebbe fermato. Non ho mai visto nessuno che abbia voluto di più.”
Stavo tremando incontrollabilmente.
Lui mi sorrise, un sorriso assassino.
“Quindi vuoi dire.”
“Sì, voglio dire.”
Mi guardò per un po’, poi disse solo: “Wow.”
“Sì, wow.”
“Quindi, uh, poi?”
Guardai il mio orologio.
“Ti porterò a casa. Dammi il tuo numero di telefono.”
Gli diedi una penna ed uno scontrino della benzina. Lui lo stracciò a metà e scrisse il suo numero su un pezzo. Io scrissi il mio sull’altro.
“Proseguirò nella mia passeggiata. Mi chiami stasera?”
“Ok. Sei sicuro di non volere un passaggio?”
“Sì. Ho bisogno di svuotarmi un po’ il cervello, sai?”
“Ok. Ti chiamerò più tardi.”
Aprì la portiera, poi si girò a guardarmi. Si chinò rapidamente e strisciò le sue labbra sulle mie, quindi uscì e si mise a correre sul marciapiede. Lo guardai per qualche secondo, poi guidai lentamente verso casa.

Più tardi quella sera ero da solo. La casa era vuota e silenziosa. Io ero sdraiato sulla schiena sul pavimento della mia camera. Indossavo solo i jeans, ero stranamente assorbito dalla sensazione del tappeto contro le mie scapole.
La vecchia casa gemeva di quando in quando ed io potevo sentire spesso la caldaia in cantina.
Fui rudemente distolto dal mio essere solo dal suono del campanello. Decisi di ignorarlo. Suonò di nuovo. Poi sentii lo schianto della porta che si apriva e la voce di Roberto che chiamava: “Carlo?”
“Disopra!” Risposi.
Sentii la porta chiudersi e dei passi sulla scala, poi la mia porta si aprì e Roberto entrò.
“Ehi” Disse.
“Ehi. Tutto bene?”
“Non so. Dimmelo tu.”
“Uh, Roberto, cosa c’è non va?”
“Gianna ti ha visto al centro commerciale oggi. C’è qualcosa che non va nella tua macchina?”
Merda, mi aveva scoperto. Mi alzai a sedere.
“No, non c'è.”
Lui si sedette sul pavimento appoggiandosi al muro.
“Cosa sta succedendo, Carlo?”
“Mi spiace, ti ho mentito. C'era qualche cosa che è successo ed io sapevo che tu desideravi che venissi alla tua partita. Volevo fare quella cosa e non sapevo come dirtelo.”
“Avresti potuto dirmi la verità.”
“Non so, è molto complicato.”
“Andiamo Carlo, sono Roberto, il tuo miglior amico. Tu puoi dirmi qualsiasi cosa.”
“Lo so, ma questo è piuttosto grossa.”
“Oh.”
Sembrava solo un po’ sorpreso, come se improvvisamente avesse capito qualche cosa.
Passarono cinque minuti e non parlavamo.
“Roberto” Cominciai: “Io sono... “ Non riuscivo a dirlo, ma lui capì.
“Lo so, Carlo. Non devi dirlo.”
Per un momento fui contento, ma poi qualche cosa nacque dentro di me.
“No, devo dirlo, o mi nasconderò per sempre dietro a qualche cosa. Io sono... Io sono gay, Roberto.”
Passò un altro minuto. Poi Roberto: “Wow. L’hai detto.”
Io riuscivo a capire completamente il tono nella sua voce, così chiesi esitante: “Ti va bene?”
“Sì, pensaci. Io lo sapevo da quando avevamo tre anni. Ne sono stato sicuro un anno fa.”
“Veramente? Non l’hai mai detto.”
“Non ero sicuro al cento percento.”
“Quindi ora posso dirlo?”
Lui sorrise.
“Sì, credo di sì. A chi altro l’hai detto?”
“A nessuno. Non avevo progettato di dirlo ancora neppure a te. Ma è accaduto. Non… uh… non dirlo a nessuno, ok?”
“Sicuro. Lo dirai a Gianna?”
“Prima o poi. Prima voglio dirlo a mia mamma. Quello sì che sarà duro.”
“Sì, penso che lo sia. Guarda, ho un appuntamento tra 20 minuti, ma posso stare qui se lo vuoi.”
“No, starò bene anche da solo. Grazie.”
“Ok, sarà meglio che vada. Sei sicuro? Potresti venire con noi.”
“No, mi sentirei come un intruso. Vai.”
Roberto cominciò ad alzarsi, poi si fermò.
“Carlo?”
“Sì?”
“Questo cosa ha a che fare col non essere venuto alla mia partita?”
“Speravo che non me l’avresti chiesto.”
Un sorriso birichino attraversò la sua faccia.
“Hai incontrato qualcuno, non è vero?”
“Sì.”
“Lo sapevo. Come si chiama la ragazza?” Pausa goffa: “Voglio dire, come si chiama il ragazzo?”
“Willy.”
“Lo incontrerò?”
“Forse una volta o l'altra. Vai che ti aspettano.”
“Sì. Ti chiamerò quando ritornerò, ok?”
“Ok.”
Si alzò ed andò alla porta. Si fermò e si girò verso di me.
“Carlo?”
Lo guardai.
“Sì?”
“Grazie per avermelo detto. Sono contento che tu abbia avuto fiducia in me rivelandomi qualche cosa di importante.”
Dopo che se ne fu andato sentii qualcosa di diverso dentro di me, come una luce, ero esaltato. Sapete come quando si legge in un libro che qualcuno si sente come se un grande peso gli si fosse tolto di dosso, bene ora io sapevo cosa voleva dire. Il grande segreto della mia vita era uscito, ed era un tale sollievo! È vero, era uscito solamente con Roberto, ma era già qualche cosa.
Guardai il telefono e con nuovo coraggio composi il numero di Willy.
Non era neppure finito il primo squillo.
“Pronto?” Era la voce di Willy.
“Buon giorno signore o signora, il suo frigorifero funziona?”
“Carlo? Sei tu?”
“Sì. Vuoi sempre parlare con me?”
“Sì. Ma mi sembri diverso... Fiducioso.”
“Mi sento alla grande. Ho appena ho detto al mio miglior amico che sono gay e lui l’ha presa bene.”
“Anch’io vorrei dirlo a qualcuno!”
“Perché non lo fai?”
“Sono spaventato. Non conosco nessuno che potrebbe capire. Penserebbero che io sia malato.”
“Io non lo farei. Io capirei.”
“Tu lo sai già.”
“Lo ha fatto anche Roberto. È stato bello dirlo finalmente a qualcuno.”
“Quindi, vuoi che te lo dica?”
“Non è quello. Io voglio che tu sappia che se vuoi dirmelo, io capirò e non ti odierò.”
“Ok.”
Ci fu una pausa.
“Allora.” Dissi: “Me lo dici?”
“No.” Lui rise.
“Bene. Cosa farai dopo la scuola domani?”
“Nulla. E tu?”
“Nulla. Facciamo qualche cosa?”
“Come cosa?”
Ci pensai un momento.
“Non so. Cosa vuoi fare?”
“Non so. Cosa vuoi fare?”
“Non ricominciare, Willy.”
“Mi spiace. Che ne dici di andare a prendere un gelato?”
“Perché no. Dove?”
“In piazza?”
“Per me va bene.”
“Ok. È un appuntamento.”
“Sì, suppongo che lo sia. Um, ora che noi stiamo… sai, uscendo, qual è il tuo cognome?”
“Dimmi il tuo.”
“Foresti. Tocca a te.”
“Carlo Foresti. Mi piace. Il mio è Roberti.”
“Roberti? Willy Roberti? Ma io ti chiamerò 'Dangerboy.' Che ne pensi?”
“Se poi mi chiamerai di nuovo, Willy.”
“Vedremo. A che scuola vai?”
“Municipale.”
“È un liceo? Quanti anni hai?”
“Sedici. Sembro più giovane. E tu?”
“Diciotto.”
“No, voglio dire, che scuola?”
“Oh. Conti. Rivali, uh?”
“Direi di sì. Sentii, Carlo, non dirai... non dirai a nessuno... di me, voglio dire... o di noi?”
“No, non sono ancora pronto per quello. L’ho detto a Roberto, ma sono sicuro che non lo dirà a nessuno. Ha detto che vuole incontrarti.”
“Vuole incontrarmi?”
“Sì. Oh, no, niente del genere. Lui vuole solo, conoscerti... salutarti... roba del genere.”
“Oh. Ok.”
“Quindi, verrò a prenderti alle 15 e mezza domani?”
“Va bene. Devo andare. Mia madre mi sta chiamando.”
“Ok, ci vediamo domani.”
“Sì. Oh, Carlo?”
“Sì?”
“Penserò a te stasera quando mi farò una sega.”
Chiuse la comunicazione. Questo suo aspetto mi stava uccidendo. Prima il bacio, ora la promessa che sarei stato nei suoi pensieri la prossima volta che avrebbe eiaculato. Lui mi stava facendo impazzire.

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