Affetti stabili - terzo tempo

Scritto da , il 2020-05-19, genere etero

Puttana, eh? Beh, c'è insulto e insulto e c'è reazione e reazione. Penso che sia normale. Cioè, per gli uomini meno, credo. Voglio dire, se tu dici a un ragazzo "sei un gran porco" mentre sei al tavolino di un bar a prendere un aperitivo è probabile che qualcuno ne resti compiaciuto, qualcuno sorpreso, se non addirittura offeso, o che altri magari ti chiedano "perché?" facendo i finti tonti. Se glielo dici mentre ti propone pratiche sessuali un po' particolari, o magari ti parla in modo esplicito, credo che il livello di compiacimento salga di molto. Un esempio: "Adesso succhiamelo che poi ti sborro in faccia", "che porco che sei...". Per quanto mi riguarda, il gradimento di quell'insulto, "porco", è unanime. Non ho mai incontrato qualcuno che si offendesse. Ma ammettiamo pure che la mia esperienza personale non faccia campione statistico e che ci sia qualcuno che ci resta male, ok, non penso proprio che il tasso di compiacimento scenda di molto. Diciamo che arriva al novanta per cento? E' possibile che mi sbagli, se è così fatemelo sapere.

Per l'universo femminile è un po' diverso. Tanto per cominciare, non a tutte piace essere insultate mentre fanno sesso. Magari lasciano correre, ma un po' di fastidio lo provano, io ne conosco. Ad altre invece piace, anche se non ho mai approfondito l'argomento e non saprei stabilire delle percentuali. Diciamo che credo, e un po' so, che certi meccanismi mentali non siano solo miei.

Già, perché a me piace supertantissimo. Sempre piaciuto. A volte l'insulto l'ho indotto o addirittura preteso. "Lo vedi quanto sono zoccola?". Oppure, "me lo dici quanto sono zoccola?". Cose così. Naturalmente la parola "zoccola" è intercambiabile. Per me vanno bene anche tutte le altre.

Una cosa però è certa: l'epiteto "puttana" detto così un po' a freddo piace molto ma molto meno. Certo, bisogna sempre considerare i contesti, ma per esempio a me dà molto fastidio anche quando è usato in alternativa a "stronza", figuratevi quando lo è in senso proprio.

Adesso, per esempio. Siamo qui io e Stefano, no? Nudi su un letto. E' vero che abbiamo appena scopato, ma la situazione un po' si è raffreddata. Ok, gli ho appena rivelato che questo è lo scannatoio, l'appartamento dove io e Luca, il mio fidanzato, abbiamo usato un sacco di volte per i nostri giochi. E' del padre di Luca, ma anche io ne ho le chiavi. Sì ok, sono io la prima ad ammettere che un po' di sfregio c'è, ma molto annacquato dalla situazione. Non si può andare da nessun'altra cazzo di parte!

E quindi? E quindi la sorpresa che ha colto Stefano non me la sarei proprio aspettata. Cioè, tutto mi sarei immaginata meno che lui commentasse senza tanta ironia "sei una puttana". Ehi, sono io ad essere sorpresa adesso!

- Ma lo sai che tu sei davvero una puttana?

- Una puttana? Mai negato...

Silenzio. Attendo. Gli risalgo sopra e lo provoco strusciandogli le tette sul petto e inondandogli il collo di bacetti e slinguatine, lo accarezzo delicatamente ovunque. Gli sussurro "cosa deve fare la tua puttana, ora?" oppure "lo sai che ogni sera pensavo di prendertelo in bocca?". Gli ho rilanciato la palla immaginando che il suo insulto fosse solo il primo di una serie che ci ecciterà e ci porterà di nuovo a rotolarci sul letto, o dovunque voglia lui, ma non ho capito un cazzo, mi sa. Dai, Ste, che aspetti? Mettimi una mano sulla fregna, o prendimi la testa e portatela tra le tue gambe dicendo “succhia troia”. Io poi faccio il mio solito risolino isterico del cazzo e te lo prendo in bocca, dai. Dopo un po’ ti domando “ti piace come te lo succhia la tua troia?” e ricominciamo. Ho voglia di ricominciare, ho voglia del tuo cazzo, ho voglia di te. Ho voglia di essere massacrata un’altra volta.

Nulla. Se non il suo silenzio e il suo sguardo. Mi aspetterei di sentire il suo grosso cazzo cominciare a premermi su una gamba, ma nemmeno quello.

- Ehi... – gli faccio.

- Davvero questa casa è del tuo ragazzo?

- E allora?

Non dice nulla, fa una smorfia come a voler significare “non ci posso credere” o qualcosa del genere. Gli ripeto “e allora?”, ma già sento che c’è qualcosa che non va e comincio a innervosirmi. Lui è come se cercasse le parole per dirmi qualcosa. E’ un tira-e-molla che va avanti per un po’. Mi chiede dov’è ora il mio ragazzo e gli rispondo “boh, a casa credo”, ma non capisco il perché della domanda.

- Glielo fai spesso? – domanda ancora. Sdeng!

- Oh, ma sei scemo? – scatto.

Ve la stringo, perché per dare conto di tutte le schermaglie ci vorrebbe un capitolo intero. Sappiate solo che durante queste schermaglie mi incazzo abbastanza, via via sempre di più. Divento incredula e anche volgare. Sbotto: "Non mi ricordo bene, ma il dito che prima mi hai infilato nella fica era quello con la fede?". E qui arriva quello che potrebbe essere la svolta del nostro duello, ma che in realtà non lo è. E' solo un passaggio dell'escalation.

- Ma poi perché ti incazzi tanto? - domanda sarcastico - non sei tu quella che dice sempre di essere una puttana? Guarda che me lo ricordo, lo hai detto sin dalla prima volta... "sono la tua troia"...

- Appunto, Ste, "tua"... la parola chiave è "tua" - replico stizzita.

- Agli altri non glielo dici?

- A chi? - domando.

- A quelli che ti scopi...

- Guarda che sei tu quello che si scopa le mignotte...

- Le mignotte come te, appunto... al tuo ragazzo non glielo diciche sei la sua troia?

- No... non glielo dico - mento.

Sì, mento. Perché sarebbe lungo da spiegare che invece a Luca ho cominciato a dirglielo solo dopo avere iniziato a tradirlo con lui. Ha poco senso, non lo capisco nemmeno io e, in ogni caso, a lui che gliene frega? Perché devo spiegare? Sono già abbastanza incazzata.

- E perché vuoi essere la mia mignotta? - domanda quasi cattivo.

- Perché sono una stronza! - gli urlo.

Ancora silenzio e occhi che si sfidano. Se pensi di farmi smontare l'incazzatura così ti sbagli di grosso, bello mio. Che tra noi sia tutto sbagliato lo so sin dal primo momento, da quel taxi preso insieme. Ma adesso... beh adesso che altro voglio?

- Tu vuoi altro, Annalì...

Ok, bum. Chiamiamola sodomia dialettica. In altri termini, mi ha inculata con le parole. E l'ha fatto mettendomi con le spalle al muro, come se tutto dipendesse da me e lui non c'entrasse nulla. Come se l'iniziativa e la responsabilità fossero solo mie. Lui è a rete e io gioco a fondo campo. Ma quello che vuole sentirsi dire non glielo dirò, non lo ammetterò mai. Prima di tutto perché non è vero. Cioè, non del tutto, o non ancora, e in ogni caso non lo vorrei io per prima. E poi perché ho paura di come potrebbe reagire. Quindi, reagisco io.

- Non dire cazzate... se pensi che mi sia innamorata non hai capito un cazzo di me...

- Ma davvero?

- Hai paura? Pensi che ti verrò a fare le poste sotto casa? Che chiamerò tua moglie?

- Nemmeno un week end? Un viaggetto? Nemmeno un "mi piacerebbe una volta o l'altra svegliarmi accanto a te"?

- Ma quanto sei stronzo... Le ho già fatte queste cose.

- Con chi? - domanda con un lampo negli occhi. Cazzo, tutti uguali quando scoprono di non essere né i primi né i soli.

- E che cazzo te ne frega?

- E quindi cosa vuoi? Cosa vuoi da me? – insiste.

Lo so, lo so bene dove stiamo andando a parare. Quando gli ho detto che queste cose le ho già fatte non scherzavo mica. Lo so che si sta preparando il terreno per dire "o così o nulla", per dire "accontentati". E soprattutto per dirmi che sono solo una scopata, stop.

- E se mi facessi sbattere da qualcun altro? E' quello che fanno le puttane, no?

Stavolta non c'è nessun tipo di silenzio, nessun momento sospeso. Mi si stende sopra afferrandomi i polsi per bloccarmeli. Posso fare solo una cosa: non distogliere lo sguardo. E lo faccio.

- Quanto sei stronza...

- E quanto è tutto comodo per te, invece... - gli sibilo irridente.

- Come se a te dispiacesse...

No, è vero, non mi dispiace per nulla quello che facciamo. Anzi, ci penso, lo desidero, lo cerco. Cosa è che mi dispiace, dunque? Lo so che non mi considera una puttana che la dà in giro, anche se magari - se mi avesse conosciuta un po' prima - si farebbe un'altra idea della sottoscritta. Ha solo paura che io voglia cambiare l'ordine delle cose, entrare nella sua vita ben oltre quelle piccole parentesi in cui lui entra nel mio corpo. Tutto abbastanza scontato, in fondo. Ecco, questo sì che mi dispiace, che lui pensi questo e che sia tutto così scontato. A me piacciono tantissimo i cliché, ma solo quando ci si gioca. Quando ci si vive dentro, molto meno.

- Lo sai quand'è stata l'ultima volta che mi hai sorpresa? - gli domando. Continua a tenermi bloccata con la sua forza fisica, ma ormai le parti si sono invertite. Bel lob, eh Stefano? Adesso a fondo campo ci sei tu e io sono a rete.

- No...

- Ti ricordi quella sera che dovevo andare al cinema e non potevo fare tardi... e invece tu mi hai portata nel tuo box e ti sei fatto fare un pompino?

- Certo che me lo ricordo... e mi ricordo pure che poi volevi anche essere scopata, altro che fare tardi.

- E' chiaro che volevo essere scopata... io ho più o meno sempre voglia di essere scopata da te. Ma non è questo il punto... il punto è che per la prima e forse unica volta mi hai fatto capire quanto mi volevi... L'hai detto solo scherzando, ma me l'hai fatto capire benissimo...

- Che cosa?

- Che sono La. Tua... Devo andare avanti?

- Dillo che sei la mia troia... - sussurra, ma è chiaro che non ha capito niente.

- Dillo tu cazzo! - gli sbotto in faccia - è mai possibile che non sei capace di dirmi nemmeno questo?

Dalla sua bocca non escono parole. E in fondo è un bene, perché le parole possono mentire. I gesti meno, e i corpi ancora meno. Non sempre ma molto spesso. Dalla sua bocca esce invece la lingua, dopo che ha portato la faccia tra le mie cosce magre. Me la lecca, me la mangia, quasi mi uccide a furia di scosse, brividi e contrazioni. Continuo a gemergli addosso "dillo, stronzo, dillo!", ma obiettivamente me lo sta dicendo. Lo sento benissimo che me lo sta dicendo. Uno ti può leccare la fica per darti piacere, oppure per dimostrarti che si sta impossessando di te. E lui in questo momento si è impossessato di me.

E poi... beh poi c'è la dimostrazione pratica del possesso. L'exemplum, lo scempio.

Con un dito nel culo sbrocco. Con un dito nel culo e due dita nella fica supersbrocco. Con un dito nel culo, due dita nella fica e la lingua sul grilletto ipersbrocco. La sua mano che mi tortura un capezzolo in un altro momento mi porterebbe a piagnucolare "ti supplico fammi il cazzo che vuoi" ma adesso non fa nemmeno un grande effetto. Miagolo, urlo, mi contorco e afferro le lenzuola. Sticazzi, non so più dove mi trovo figurati quanto me ne frega delle lenzuola adesso. Non capisco come faccia a non stritolargli la testa tra le gambe, piuttosto. Grido "basta, basta!" e lui si rialza e inizia a inforcarmi forte i buchi con le dita. Avanti e indietro, sempre più forte. "Davvero basta? Davvero basta?". Gli grido "porco, porco!", cioè, non so se davvero glielo grido o glielo miagolo, e spingo il bacino verso di lui. Sono così bagnata e aperta che le sue dita più che, scivolarmi dentro, irrompono. Si ritraggono e irrompono, sempre più veloci. E anche il dito nel culo lo sento fino in fondo. Non mi porta alla fine, ma mi manca davvero tanto così. Lui però le toglie e me le infila in bocca, tutte e tre. Tendenzialmente, quello che è stato nel culo mi farebbe schifo, ma in realtà non sento nulla, solo il conato strozzato. Ha spinto troppo in fondo e troppo in fretta, ma va bene così, non capisco più un cazzo.

- Lo vuoi il cazzo? - mi dice. Appunto.

Non rispondo. Piego le ginocchia e spalanco le cosce. Ve lo dicevo che a volte un gesto vale più di mille parole, no? Ho i buchi aperti e pulsanti, la fica sensibilissima e immagino gonfia, il grilletto non ne parliamo nemmeno. I capezzoli sono schizzati chissà dove. Sono un concentrato di voglia e attesa. Sì, lo voglio tanto il suo cazzo ora, voglio le botte sino in fondo, anche quelle che mi strappano guaiti di dolore. Ma se le mie intenzioni sono chiare, le sue lo diventano immediatamente dopo. Ve l’ho detto qualche riga più sopra: con un dito nel culo sbrocco. Con un dito nel culo e due dita nella fica supersbrocco. Con un dito nel culo, due dita nella fica e la lingua sul grilletto ipersbrocco. Ma con la lingua sul buchino entro diritta in un’altra costellazione, dove il mio cervello non sanno nemmeno che roba sia, non funziona, non prende. Chiamarlo “piacere” mi sembra misero ma anche inappropriato, perché mi porta a volare su cieli che non sono quelli degli orgasmi.

Non so quanto tempo passi, l’unica cosa che so è che a un certo punto mi ritrovo i piedi poggiati sulle sue spalle e il suo cazzo che mi spennella tra le gambe spalancate. Ogni spennellata un brivido, l’affanno che cresce.

- Allora? – domanda sarcastico.

Allora cosa? E’ chiaro che decidi tu, io non sono più in grado di fare niente. Nemmeno di dirti qualcosa quando sento che cominci a passarlo tra i glutei. E’ chiaro cosa vuoi, no? Non c’è bisogno di domande né di risposte. Stronzo, stronzo! Me lo vuoi mettere nel sedere e nemmeno lo sai che per me un'inculata non è mai soltanto un'inculata, non è solo sesso. Cioè sì, c'è stato un periodo in cui era solo quello e ne ero pure felice, quasi orgogliosa che lo fosse. Ma le cose cambiano e i momenti vanno e vengono, come le voglie. Per me darti il culo adesso significa qualcosa che tu non capisci.

E poi ho sempre avuto il terrore di questo momento. Il momento immediatamente prima, chiamiamolo. Ma anche dal terrore può nascere qualcosa, sai? Ed è quella cosa che adesso desidero più di ogni altra.

Mi ricordo Kostas, un ragazzo greco incontrato pochi giorni prima di conoscere Luca. E' stato l'ultimo ad avermi così prima di Stefano. Un pompino fuori da una specie di discoteca e una scopata sulla spiaggia, la prima sera. Una gita in barca (una barchetta di merda, eh?) al tramonto il giorno dopo. Ribaltata prona su un materassino e con il costume abbassato. E con il suo cazzo nell'intestino praticamente subito. Urla, pianti e insulti, per poi finire a dargliela per tutta la notte ed essere inculata ancora all'alba. Mi sentivo una cosa completamente sua e non sapevo nemmeno se l'avrei più rivisto. L'ultima prodezza della mia carriera da mignotta.

E ora voglio riprovare la stessa sensazione con Stefano. Non sarò così ipocrita da dirvi che lo faccio solo perché lo vuole lui. No, lo voglio anche io. Voglio essere posseduta da lui, in quel modo.

E quindi sì, razza di porco bastardo. Sì, dico a te. Sodomizzami, imponimi la tua legge. Fallo, hai capito? E' persino giusto che tu lo faccia.

Fammelo, scopamelo, rompilo, sfondalo, allargamelo, squarcialo. Usa il verbo che vuoi. Come lo racconteresti? Diresti "le ho aperto il culo"? Diresti "dovevi sentire come urlava mentre glielo spaccavo?". Pensare a te che lo racconti mi eccita, sai?

- Sei la mia troia – dice giusto un attimo prima.

E' un errore, una nota stonata. Era meglio se non lo diceva. Cioè, capisco perché l’ha detto, ma così suona falso, ora suona falso. Le mie parole, invece, in un altro momento forse mi varrebbero un Tso, ma in questo momento sono le più sincere sulla faccia della Terra.

- Dai, sì... Usami, fammi piangere...

Non ho nemmeno finito la frase che la spinta è già partita e la punta del suo cazzo mi apre. Ho un sobbalzo e un momento di nuova paura, perché ora che lo sento mi ricordo che non ha esattamente un arnese trascurabile.

- Oh cazzo... – esalo.

- E’ sempre quello di prima... – mi fa.

- E tu sei sempre lo stronzo di prima... – rispondo.

Ma per dare un tocco di realismo alla scena dovrei scrivere “e tu sei sempre lo stronzo di primaaaAHIAAAA!”, perché lui spinge. Secco e forte. Per ritorsione, suppongo.

Dice “non sai nemmeno quante volte ho pensato a questo”. E io invece vorrei dirgli che lui nemmeno immagina cosa ho pensato io, anche cose che non farebbe mai. Ma ora è troppo tardi per raccontarsele. E magari l’ha fatto a sua moglie, tutti quei giorni chiusi in casa senza potere uscire. Le rompevi il culo pensando di romperlo a me, Stefano? In fondo è lei il tuo “affetto stabile, no?”. Non glielo chiedo, non gli chiederò mai una cosa del genere.

Non parla, io mi impongo di non strillare almeno fino a quando mi sarà possibile. Sul perché di questa auto-imposizione del silenzio mi piacerebbe che si aprisse una bella discussione, una volta o l'altra. E' una cosa assurda eppure è molto diffusa. Per quanto riguarda gli sguardi invece viaggiamo su sintonie completamente diverse. Lo so che mi fissa mentre affonda. Io invece tengo gli occhi strizzati. Non riuscirei ad aprirli, ma anche riuscendoci nemmeno lo vorrei. Non so perché voglia vedere il mio volto stravolto dalle smorfie, di sicuro io non voglio vedere il suo sguardo sadico. E nemmeno la lunga corsa del suo cazzo dentro di me.

Non so nemmeno se è una cosa che viene da sé o è frutto di una spinta più forte delle altre, sta di fatto che a un certo punto non ce la faccio più a stare zitta. La sua trivella mi fa male, mi dilania, mi manda a fuoco. Recupero un cuscino chissà come e uso tutte e due le mani per tenermelo sulla faccia e attutire gli strilli. E attutite gli arrivano anche le mie risposte quando, per dirne una, domanda "cosa sei tu?", "la tua troia!". In breve si scatena anche lui. E questo significa spinte più forti, le sue, e urla più forti, le mie. Ma significa anche la sua mano che spinge giù il cuscino.

Non le tollero, non le sopporto, non so come facciano a piacere. Parlo di queste cose qui, cuscini, cinghie, mani strette sul collo o a tappare bocca e naso. L'apnea di un cazzo spinto in gola è una cosa, questa è completamente diversa e la odio. Vado nel panico. E in questo momento ci vado talmente tanto che per un po' non sento più nemmeno il suo cazzo nel culo. Gli scalcio le spalle, cerco di divincolarmi, di spingerlo via con i piedi. Non so nemmeno da dove mi esca tutta questa forza ma vi assicuro che in certi momenti ne abbiamo un bel po' di riserva. Appena si ferma getto via il cuscino e cerco di prendere aria, all'inizio quasi non ci riesco.

- Non lo fare mai piuuuuuuù! - strillo appena ci riesco.

- Non ti piace?

- Noooooo!

Mi afferra per i fianchi e mi tira forte a sé, spinge da maschio infoiato. Il suo "e questo ti piace?" viene coperto dal mio ennesimo strillo.

- Allora? Questo ti piace? - domanda cattivo, quasi digrignando i denti mentre mi sbatte.

- Ahiaaaa... siiiiì!

Non è vero, non mi piace per niente. Mi fa solo tanto male.

- Fammi girare... – piagnucolo.

- No, voglio vederti mentre ti sfondo il culo... Ti sfondo il culo, Annalisa, capito? Ti sfondo il culo!

- Porco! Porco maledetto!

- Tanto...

- AAAHIAA! ... sei un bastardo...

- Lo so che ti piace...

Quanto odio la frase "lo so che ti piace". Non capite un cazzo, anzi ragionate solo col cazzo. Dietro quello strillo, quel fuoco che mi apre le viscere, ci sono tanti universi. L'altra volta ti gridavo "bastardo" e amavo quello che mi facevi, ora è tutto diverso. Dovresti dire un'altra cosa, non so cosa. Qualcosa che mi colleghi a te anche attraverso questo supplizio. E invece sei solo capace di dire "lo so che ti piace" oppure "lo vuoi anche tu". Che è lo stesso.

- Ti prego, fammi girare! - e stavolta piango proprio, imploro.

Mi liberi e mi metto a pecora, poi lascio crollare la testa sul lenzuolo, il culo in alto. E' la mia cuccia, è il modo in cui mi piace di più. E' anche una cosa fisica, ma non questa volta. Stavolta è il mio rifugio, una dimensione totalmente mentale. Sono passiva e soggiogata. Offerta. Approfittane, abusa di me.

E tu lo fai. Non sai nemmeno cosa ti sto offrendo, ma non importa. Anzi voglio proprio che tu ne approfitti, che ne abusi, che mi offenda. "Grida... grida mentre ti rompo il culo...". Sì, grido. E rispondo piagnucolando pure alla tua voce alterata, la voce di chi ha perso la pietà. Domande, insulti... sono sempre gli stessi, sai Ste? Non è che sei così originale. Mi dici che ho un culo da favola e immediatamente dopo che ho un culo da sfondare, e io ti strillo "sì!". Mi chiedi che cazzo ho da gridare e io rispondo "ce l'hai troppo grosso!". Ti piace sentirti dire che ce l'hai troppo grosso, eh? Ma certo, che male c'è? Anche a me piace sentirmi dire che ho la fica fradicia e bollente e un culo da sfondare. Fai avanti e indietro e mi chiedi "dove lo senti il cazzo?". So che ti aspetti che risponda "in pancia, fino in gola..." e te lo dico. Vuoi sapere se mi piace il cazzo grosso e io ti dico "mi piace il tuo cazzo così grosso!". Domandi cosa sono e rispondo "una troia!". Mi abbai che sono una troia rottainculo e io rispondo "sì, la tua troia rottainculo!". Vuoi che implori e io imploro: "Spaccami! sodomizzami!". Vuoi sapere ancora se mi piace e io urlo di nuovo "sì!", vuoi sapere se godo e ripeto per l'ennesima volta "sì! sì! siiì! godo con il culo pieno di cazzo!".

Ma non è vero niente, niente. Non godo, non mi piace. Non c'è il piacere fisico di averti dentro di me e sentirmi aperta, imbottita. Non c'è quello mentale di sostenere questo scambio di parole indecenti né quello, altrettanto cerebrale e forte, di sentirti azzerare la mia personalità con la sodomia. E non c'è nemmeno la sensazione di obnubilamento né quella strepitosa che mi hai consegnato l'altra volta di essere sverginata di nuovo là dietro. Nulla, nulla di tutto questo. Mi fai solo male, è un dolore che non avrà mai fine. Ti supplico "vieni! vieni!" e tu forse pensi che ti voglia incitare, che non veda l'ora di sentire la tua sborra a fiotti. Ma non è così, voglio solo che tutto questo abbia termine. Se togliamo quella volta che fui presa così da un superdotato vero (e quella volta pensai "adesso muoio"), non ho mai sofferto così tanto per un'inculata. Grido, grufolo, scalcio. Mordo qualsiasi cosa e mi aggrappo alle lenzuola dove precipitano lacrime e bava. Ma l'unica parola che non voglio dire è "basta", come se obbedissi a un ordine superiore.

Tu intanto sei finalmente impazzito. Com'è facile percepire il punto di non ritorno di chi ha un cazzo tra le gambe. Uncini le mie chiappe e ogni tanto le percuoti con delle manate che in un altro momento mi farebbero ululare da sole, ripeti assatanato "troia, troia, troia ti sfondo il culo" anche se l'hai già fatto. Entri ed esci furioso e facile. Dio santo come devi avermelo ridotto per essere così facile!

E forse è proprio perché la sento, questa facilità, che il piacere arriva. Tardi, troppo tardi ma arriva. Grido "sì, Stefano siiiì" ma tempo due profonde e selvagge botte di cazzo e tu vieni. Pulsante e prepotente. L'arroganza inutile, contronatura e benedetta di inseminare un culo. Troppo poco, anche se finalmente mi riconosco in quel paio di "oh siiiì, cosiiiì!" che ti lancio.

E' tardi, troppo tardi, ma chissenefrega. Chissenefrega di un altro piacere, di un altro orgasmo. Tu mi crolli sopra, mi spiaccichi sul letto, ti conficchi ancora più dentro. Ma mi schiacci così tanto che riesco ad emettere solo un grugnito. Mi pesi addosso, mi respiri tra i capelli affannato. Il tuo petto inchioda la mia schiena al materasso come il tuo cazzo ci inchioda il mio culo. Mi sento prigioniera e sbrindellata, ma va benissimo così anche se quasi non riesco a respirare. Sei spalmato tutto sopra di me, tu che peserai almeno il doppio. Ma va benissimo così. Mi sento costretta, soffocata, tua.

- Se tu non fossi tu non saresti la mia troia - mi sussurri all'improvviso nell'orecchio, ancora con l'affanno nella voce.

E chissà cosa vuoi dire, ma ancora una volta chissenefrega, anche questo va benissimo così. I nostri corpi ansimanti e i nostri respiri rumorosi sono bellissimi, adesso.

Mi sento tua.

Porto le braccia all'indietro, alla cieca. Le mie mani si poggiano sulla tua schiena nuda, sento i tuoi muscoli ancora contratti dopo la monta che mi hai allo stesso tempo imposto e regalato. I miei polpastrelli ti sfiorano e basta questo. Ti sento, indiscutibilmente, mio.


CONTINUA

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