Romantica

Scritto da , il 2020-01-28, genere dominazione

Non appena si chiuse il pesante portone alle spalle una folata di vento gelido la investí, togliendole quasi il respiro. Agata restó così, inerme per qualche secondo, come colpita da un fendente in piena gola e poi giù fino al petto. Gli occhi gonfi dal pianto le bruciavano sferzati dall’aria, come le guance.
Si strinse nel caldo conforto datole dal lungo cappotto di lana, cercando un attimo di quiete dopo le grida, le parole urlate con rabbia, l’impotenza che come una macchia nera, l’aveva invasa.
Conscia del tempo che non aveva per crogiolarsi in quel caldo abbraccio, si buttò in strada, sicura che da lì a poco lui l’avrebbe raggiunta.
Con passo veloce inforcó la prima traversa, gli occhi umidi le impedivano una vista nitida, portandola a sbattere violentemente contro la calca, che a quell’ora della sera ancora riempiva le vie della capitale.
Il suono del passo veloce rimbombava nell’aria attorno a se, lui l’avrebbe di certo sentita pensò, e una volta raggiunta l’avrebbe ammaliata e lei sarebbe caduta preda, ancora, di quella bestia.
Sapeva non essere sano il loro legame come sapeva che non poteva nulla contro di lui.
Continuò quella folle corsa augurandosi di non essere cercata e nello stesso tempo lo sperava.
Senza voltarsi indietro per timore di scorgerlo calpestó a passo deciso i sanpietrini di Piazza del Popolo, sentendo lo stomaco contrarsi in uno spasmo che la costrinse quasi ad arrestare quella inutile fuga, fuggiva da chi Agata?
Da lui?
Da loro?
Da se stessa?
Altre lacrime le solcarono le guance irritate dal freddo, dandole la sensazione di essere presa a schiaffi talmente bruciavano.
Il respiro sempre più corto la costrinse a rallentare il passo, e solo allora notò quel meraviglioso satellite, che amava, risplendere alto e fiero nel cielo.
Con rammarico passò oltre, non aveva il tempo per fermarsi ad ammirarlo, aumentò il passo, fino a correre, schivando i passanti, cercando di fermare i pensieri e la voglia di tornare da lui.
Il lastricato risuonava sordo sotto ai suoi piedi, cercava solo un po’ di silenzio e pace, nonostante sapesse che tutto il frastuono era solo e soltanto nella sua testa e più si allontanava, più sentiva il tormento di averlo perso lacerarle le carni.
Agata si spinse fino al ponte, e una volta raggiunto si accasció quasi sul parapetto, gelido anch’esso come quella notte di fine gennaio.
Il battito del cuore le rimbombava forte nelle tempie, il respiro prendeva consistenza attorno a lei, le guance arrossate le bruciavano ancor di più ora.
Il frastuono della città in lontananza, si accorse sorprendendosi di quanto venisse attutito dal suo respiro, che nonostante gli sforzi faticava a regolarizzarsi.
Ci vollero minuti prima che i suoi occhi potessero nuovamente scorgere immagini nitide, sotto di lei l’acqua del Tevere scorreva quieta, i pochi alberi ormai del tutto spogli troneggiavano desolati sulle rive illuminati dalle luci dei lampioni.
Agata stremata dagli ultimi eventi, sospirò forte, riempiendosi i polmoni di aria fresca, con fatica alzò il capo verso la scura coltre che si apriva sopra di lei dove soave risplendeva una luna piena perfetta, con le dita accarezzó il travertino ruvido disegnando linee astratte, forse immaginava fosse la pelle di quell’uomo.
Lo stesso uomo dal quale lei stava fuggendo.
Lo stesso che aveva appena mandato al diavolo.
Lo stesso che ora la stava guardando qualche metro più in là.
Ma Agata non se ne accorse, nella sua testa i pensieri si rincorrevano oscurando tutto il resto, sapeva avere una sola opportunità, sapeva solo questo.
«Ricordi quanto ti dissi – ad Agata si geló il sangue nelle vene sentendo la sua voce – se un giorno decidessi di sparire io a costo di mangiarmi il fegato non ti cercherei?»
Lei restò pietrificata, non ebbe il coraggio di voltarsi, sapeva sarebbe crollata davanti a lui, sforzandosi gli chiese come l’avesse trovata, la risposta degna di un manuale per nerd la fece quasi sorridere.
Amava quel suo modo di fare così supponente, amava saperlo attento e presente più di quanto lei immaginasse, eppure qualcosa dentro di lei quella sera si era incrinato, quasi spezzato.
«Ricordi?» incalzó lui, rifacendosi serio.
Lei rispose un flebile “si”.
«Ecco, brava, quindi ora mi spieghi che ci faccio qui?» le chiese con tono pacato e inquietante allo stesso tempo.
Agata che ancora dava le spalle al suo interlocutore si sentì scossa da un brivido che la fece tremare.
«Non fare giochetti con me, ti prego» gli rispose cercando di impostare la voce per farla risuonare seria.
L’uomo non perse tempo, sapeva come annientare quella donna, conosceva ogni piega di quel carattere contorto.
«Non faccio giochetti io, lo sai, o meglio dovresti saperlo» rispose serafico.
Senza darle il tempo di rispondere continuò.
«Vieni qui»
Le poche certezze di Agata si frantumarono in quelle parole, si accasció fino a toccare con la fronte la pietra del muretto che la sosteneva.
Lui sorrise, sapeva averla in pugno, sapeva sfaldare quella finta corazza, lo faceva millimetro dopo millimetro godendosi quel perfido potere.
«Ho detto, vieni qui, stronza» ripeté avvicinandosi ancora di qualche passo.
Il profumo turpe di quell’essere demoniaco la investí, dovette fare affidamento sulla sua forza di volontà per non cedere alla tentazione di cascargli ai piedi. Ma resistette.
Lui non demorse, avrebbe dato sfogo a tutta la sua perfidia pur di ottenere ciò che desiderava, la fissò, come un felino scruta la preda agonizzante, in silenzio, immobile.
«Guardarti mentre tenti di reprimere la tua voglia di me, è qualcosa che va oltre il piacere» sussurró appena, portandosi alle sue spalle.
La donna taque ancora, anche quando lo sentì aderire con il bacino al suo, a fatica trattenne un ansimo mordendosi il labbro.
«Guardati, dov’è finita quella donna che fino a poco fa mi stava gridando in faccia?» sussurró ancora spostando il peso del corpo su quello della sua vittima, lei si ritrasse, mossa che quella perfida bestia pareva aver già fiutato e in tutta risposta le circondó il collo con una mano e avvicinandola a se, sussurró
«Dov’è quella donna?» chiese con tono divertirto, obbligandola a sollevarsi
«Dove l’hai lasciata? – le ringhió stringendo la presa sotto al mento arrivandole a sfiorare con le labbra il lobo dell’orecchio – non ne vedo traccia ora, vedo solo una cagna dalla dubbia moralità qui con me».
Agata non riuscì a proferir parola, la mente vagava persa tra le parole di quel maledetto.
Aveva solo voglia di guardarlo negli occhi e zittirlo con un bacio.
«Ripetilo, dimmelo ancora, dimmi che non sono l’uomo per te – le chiese quasi gemendole addosso – dillo, dimmi che sono un pazzo psicopatico senza cuore» la esortó sfiorandole con la punta delle dita le labbra.
«Che, non sono capace di provare sentimenti, che sono un egoista, che detesto l’esser romantico» ripeté le sue parole posandole l’altra mano sul ventre.
«Tu, che leccheresti il pavimento dell’inferno pur di avermi, ora dici di disprezzare il mio essere?»
Sorrise solo per provocare una reazione in lei, reazione che si tramutó in un gemito di sofferenza.
Lui approfittó di quella frazione di secondo per forzarle le labbra con la punta delle dita, a occhi chiusi Agata si sentì risucchiare in un’altra dimensione.
«Io sono questo – le disse inducendola a succhiare – io posso, io non chiedo, io esigo, e tu mi compiaci» sospirò affondandole due dita in gola.
La sensazione di caldo, bagnato e morbido che provò lo costrinse a spingere con forza il suo cazzo tra le natiche morbide di lei, gemendo.
Agata obnubilata dalle sue parole si arrese, e abbandonata ogni forma di ribellione, si lasciò cullare da quel corpo maestoso che incombeva su di lei.
Ma lui non si fece impietosire, e senza remore, continuó
«Tu sei in mio potere, lo sei sempre stata – fiató prima di leccarle il collo e fermare la corsa della lingua con un morso – non ti sei mai lasciata conoscere da nessun altro, mentivi quando me l’hai confessato? »
«No» ansimó lei accarezzandogli le dita con la lingua.
«Sei l’unico» gli confessò ancora una volta, liberandosi dalla morsa nella quale era costretta e girandosi verso di lui.
Restò ammutolita, come sempre, dall’austera affascinante espressione del suo viso, si perse in quel profondo sguardo.
Le ciglia lunghe gli donavano un’espressione di dolcezza, in conflitto con il suo vero essere, quello che lei amava, bramava.
«Sei una puttana» ringhió con rabbia, a un respiro dal suo viso, un secondo dopo.
«Una laida puttana» l’apostrofó alzandola di peso per farla sedere sul parapetto.
Agata gemette di dolore per irruenza usata, cercando le sue labbra per potersene appropriare ma lui si negò.
«Non è così che funziona» disse sorridendo.
«Mi hai definito un pazzo psicopatico insensibile – quasi le gridò sulla bocca – senza cuore» aggiunse, soddisfatto del terrore che le stava procurando.
« Non ti piaccio anche per questo, dannata stronza che non sei altro?» disse con rabbia prima di stracciarle le calze di nylon tra le cosce, lo strappo risuonó ancor più forte del gemito che le uscì dalle labbra.
«Mi hai rotto il cazzo, lo sai?» la zittí un istante prima di lacerarle anche il tessuto, intriso di umori, degli slip.
«Odio le tue inutili paranoie, dove cazzo pensi di andare senza di me?» sbiascicó con brutalità mentre si slacciava, come una bestia, i bottoni dei jeans.
Agata provò a liberarsi, capite le intenzioni, non poteva farsi scopare come l’ultima delle zoccole su un fottuto ponte, ma lui non era dello stesso avviso.
«Cosa cazzo stai tentando di fare?» ringhió ancora una volta sul suo viso, divaricandole le cosce con i fianchi.
«Sei o non sei la mia troia?» le sussurró con perfidia, mentre le infilava, per intero, due dita nella figa.
Un gridò strozzato le uscì dalle labbra un secondo prima che venissero investite dalle sue. Ansimó nella gola di lui tutto il suo piacere, il suono bagnato che si propagava da in mezzo alle sue cosce arrivava come droga al cervello di entrambi.
L’ odore del sesso diventò gusto, quando lui si staccò da quella morsa incandescente di lingue, per accarezzare le labbra di lei.
«Assaggia la tua dignità» le disse bagnandola con i suoi stessi succhi.
Agata lo assecondó, avrebbe fatto qualsiasi cosa lui le avesse chiesto in quell’ istante.
La guardò, annientandola ancora una volta, con quello sguardo da Bastardo.
Lei non resistette alla voglia di baciarlo ancora, con famelica ingordigia, mentre lui si liberava da inutili vestiti per bagnarsi di lei, scivolandole tra le labbra fradice e viscide, la penetró lentamente per abituarla alle sue dimensioni, senza staccare le labbra dalle sue.
Affondó più volte solo per metà, solo per farla implorare di scoparla, di violentarla, di stuprarla.
Fino a farle ammettere ciò che desiderava.
Si staccò dalla sua bocca con violenza.
lo sguardo intenso di lui esigeva.
Agata lo guardò come fosse la prima volta, con un filo di voce lo pregò, come una cantilena.
Lo imploró.
«Ti prego, scopami»
«Ti prego, scopami»
«Ti prego, scopami».
«Ti prego, fammi sentire cosa si prova a essere la tua troia».

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